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«A questo mondo non si diventa ricchi per quello che si guadagna, ma per quello a cui si rinuncia.» 

Henry Ward Beecher

 

Negli anni dell’adolescenza, si cresce aprendo gli occhi a un mondo tutto nuovo che, per la maggior parte di noi cresciuti in Trentino, era un’esperienza da ricordare e celebrare. Le montagne che ci circondavano davano un senso di protezione ma anche un grande senso di presenza e ci facevano porre infinite domande. Cosa esiste oltre la nostra valle? Come conquistare il mistero dei sentieri e delle mille destinazioni sconosciute? A volte incontravamo animali che vedendoli ci incuriosivano e allora correvamo a casa per cercarli sull’enciclopedia illustrata.

Questa era la nostra adolescenza. L’unico evento di rilievo di quegli anni di scoperta, che si potrebbe definire di “volontariato di massa” e concepito come azione rivolta per il bene del prossimo, era la giornata delle “piante”. Una bella tradizione volta a piantare nella fertile terra di valle, piantine di pioppi per risanare il terreno incolto e allo stesso tempo infoltire una parte brulla della valle. A quel tempo, per me, il volontariato non aveva ancora quel senso profondo di dare senza aspettarsi niente di ritorno e le molte altre incredibili sfaccettature di una realtà che solo il volontariato ti porta a conoscere.

 

Per brevità di spazio, faccio un “fast forward” negli anni e mi sposto ad un tempo più maturo nella comprensione del mio essere e del mondo attorno a me. Agli inizi degli anni sessanta, quando un giovane Presidente americano aveva annunciato la creazione del “Peace Corps” per sostenere il volontariato a livello mondiale, tutto d’un tratto la comprensione del mondo attorno a me cambia. Per la prima volta sento una voce autorevole spiegare al mondo la necessità di aiutarci l’un l’altro per creare un futuro migliore aiutando le persone meno fortunate di noi. Fu un annuncio incredibile che ebbe ripercussioni positive, non solo tra i giovani del continente, ma portò un senso di speranza nel mondo. I miei anni di studio a Milano erano quelli di un normale giovane studente in cerca della propria identità. Erano gli anni ruggenti dalla musica degli anni sessanta, che forse hanno influenzato un po’ tutti e certamente contraddistinti da un senso di ribellione verso un sistema contraddittorio e molte volte ingiusto. A quel tempo di volontariato non se ne sentiva parlare molto, eccetto in televisione quando parlavano di Dr. Schweitzer che con le sue opera prima da volontario, poi come missionario, aveva fatto molto per alleviare le sofferenza altrui. Negli anni successivi, quando la mia carriera sembrava già delineata con studi di grafica ad alto livello a Milano, la scoperta di una spiritualità interiore mi portò a rispolverare quegli ideali e qui valori legati al cuore che agirono sulla mia coscienza e diedero il giusto impulso per rivedere la mia realtà (a quel tempo, piuttosto edonistica…), indirizzandola verso un’esistenza meno orientata al “primeggiare” ma centrata su uno scopo più altruistico.

 

Questo “risveglio” mi portò a capire molte cose, tra le quali, anche il vero senso del volontariato. Il volontariato che ho vissuto mi ha dato e continua a darmi uno spiccato senso di appartenenza. Quell’essere parte di un universo dove le nostre azioni potevano influenzare direttamente il benessere della gente attorno a noi, e anche quello di generazioni future. Proverò a riassumere in poche righe l’ulteriore sviluppo dei valori del volontariato con un’inaspettata opportunità di fare lo stesso in America. Approdato a New York, per quello che doveva essere uno “stage” di volontariato di 40 giorni, ben presto si trasformò in un’opportunità per allungare la mia permanenza negli States. Terminato il mio “stage”, mi chiesero di rimanere con l’organizzazione di cui facevo parte, perchè la stessa si stava espandendo e vi era la necessità di un grafico con esperienza internazionale. Così, dopo poche settimane ricevetti un’offerta di lavoro proprio nella “grande mela”!

New York era ed è una grande città con pregi e difetti, e fare volontariato in uno dei quartieri più affollati non era cosa facile. Ci eravamo organizzati in modo tale che ognuno di noi avesse una zona specifica di Mannathan tra la 98ma e la 90ma strada, proprio a ridosso del Central Park, dove avevamo identificato circa 500 appartamenti. Bussando di porta in porta, visitavamo le persone anziane oppure chi necessitava di assistenza, pulivamo i loro appartamenti oppure facevamo la spesa alle persone con mobilità ridotta. In questi grandi palazzi al confine con il Parco, a volte diventava un’avventura tragicomica anche offrire un piccolo aiuto perché, c’era chi lo apprezzava e chi invece non ti dava neanche l’opportunità di spiegarti, perchè venivamo subito accolti con insulti e porte sbattute in faccia. A quel tempo ho imparato che non si poteva prendere con leggerezza la dignità altrui ma che tatto, sensibilità e pazienza dovevano emergere dal cuore. Dopotutto il nostro non era un lavoro bensì un atto di volontariato che però a volte veniva frainteso e come tale rigettato. Fortunatamente attraverso la distribuzione di volantini, la gente iniziò a capire che questi ragazzi dall’accento strano avevano solo scopi altruistici e dopo un pò di tempo venivamo accettati. Un bel giorno uno dei vicini nella nostra zona mi chiese di entrare nel suo appartamento perché voleva sapere: “Come mai 3 volte in settimana lasciavo il mio lavoro “downtown” e mi recavo dalla sua vicina per prestarle aiuto? Chi è questa mia vicina per te? È forse una tua parente?” mi chiese con tono sospettoso, e quando gli risposi che ero un volontario venuto dall’Italia per fare questa esperienza rimase senza parole. Mi fissava come per dire: “Ma questo o è fesso o ha in mente qualche altra losca motivazione”. Dopo qualche minuto, lo salutai e mi recai dalla sua vicina per sapere quali erano le sue necessità per quel giorno. Qualche mese dopo quell’incontro il vicino (che normalmente sbirciava ogni mio passo) cominciò a salutarmi con un sorriso un po’ tirato, certamente non mi vedeva più con sospetto, ma non era ancora del tutto sicuro sul mio operato. Dopo lunghe discussioni e tante belle serate passate assieme con la signora anziana del vicinato diventammo amici. Un bel giorno mi invitò nuovamente a casa sua e, con tono serio mi chiese: “Hai un’automobile”? La mia risposta spiritosa lo fece sorridere. A quel punto, estrasse delle chiavi dalla tasca e, facendole dondolare davanti ai miei occhi mi chiese se volevo prendere possesso della sua Buick. Quella sera invece di prendere il solito autobus all’angolo, tornai a casa in questa enorme Buick blue con tanto di classiche ruote a fascia bianca.

Alcuni anni dopo aver stabilito il mio studio di Design & Marketing a Manhattan ho avuto altre occasioni di offrirmi come volontario in luoghi insoliti come: Cartagena, Columbia, Montevideo, Gerusalemme, Asan in Korea del Sud e Guandong in Cina. Devo dire che in ognuno di queste situazioni il volontariato mi ha offerto la possibilità di conoscere, e apprezzare gente, abitudini, cibo e culture sconosciute che, non solo mi hanno arricchito interiormente, ma mi hanno regalato un bagaglio di esperienze pressoche indimenticabili. La scoperta dei valori del volontariato è diversa da persona a persona, ma il risultato è sempre lo stesso.

Il volontariato fatto con la giusta motivazione porta sempre a risultati straordinari e, guarda caso, il beneficiario non è solo il ricevente del servizio, ma è soprattutto il volontario stesso. Molte volte anche da una breve esperienza, il volontario esce soddisfatto per la felicità altrui e ricco di sentimenti positivi che trasferisce in una vita più produttiva e in sintonia con l’universo che lo circonda. In questo mondo, dove sembra prevalere il pensiero egoistico, il risultato è apparente e non certo edificante. Ecco allora che un ritorno hai valori tradizionali dove l’essere umano non vive solo per se stesso, ma è sempre motivato dal cuore per il bene della famiglia e inevitabilmente, vuole estendere lo stesso sentimento per il bene comune. Basta guardare la natura che ci circonda. Il sole rinasce ogni giorno e ci dà vita senza che lo chiediamo, l’acqua ci disseta e ci assiste nel nostro fabbisogno giornaliero, i vegetali ci nutrono senza dolersi o avvelenarci e allora, perché non agire come la natura fa ogni giorno per noi? L’universo applica un sistema che forse tutti noi dovremo scoprire… “Vivere in armonia con le leggi universali e dare senza pensare al profitto personale”. Forse si perderà qualche minuto della nostra preziosa esistenza, ma si guadagnerà in felicità interiore e molte volta anche in piacevoli sorprese.